18 giugno 2012

L'INTERVISTA // Ghemon

"Nel pop non è che scrivi un pezzo, la mattina dopo lo metti in rete e sei famoso. Per il rap invece spesso succede davvero così. E questa è sì una cosa molto bella, ma alla fine è anche un po’ troppo comodo."


Ghemon è uno di quelli che mette d'accordo tutti. Non importa quanto tu possa essere dentro il mondo del rap, la sua cultura. La qualità delle sue liriche è considerabile come oggettiva. Ho avuto la fortuna di incontrarlo e conoscerlo in occasione di un suo concerto, e di capire come funziona il suo approccio nella scrittura, capire cosa pensa dei giovani che stanno emergendo nella scena hip hop. E poi ho scoperto che gli piace Piero Ciampi. Questa è la nostra intervista a Ghemon.

intervista di Francesco Caprai


La cosa che più mi ha colpito nel tuo ultimo lavoro è stata senza dubbio la presenza ancora più marcata di metafore e giochi di parole che pescano sia fra riferimenti molto alti, sia dalla cultura popolare mediatica. Prendendo ad esempio "Fantasmi PT.2" nel giro di pochi versi si possano incontrare Andromeda e Perseo ma anche Peter Venkman dei Ghostbusters. I due registri di scrittura sono forse le due facce di Ghemon? 


Sono due profili della stessa faccia. Evito di citare cose che possano essere sovrastate dal tempo. Se ad esempio potesse essere anche bello adesso fare una rima su un personaggio del Grande Fratello, io non la trovo di nessuna utilità perché fra dieci anni non sarà più intellegibile. Quindi so quello che evito, questo è sicuro. Quello che invece metto dentro le canzoni spesso è quasi inconsapevole al momento della scrittura. Alla fine comunque il segreto è richiamare cose che siano sì interessanti, ma non troppo, troppo difficili, che rischino di non avere niente di seducente per chi le ascolta. Devi scrivere cose che ti facciano venir la voglia di andarle a ricercare, quindi ovviamente qualche riferimento “alto”, che sia per l’appunto seducente è d’obbligo. 


Ci incontriamo in occasione di un tuo concerto a Pisa, in un contesto che ospita solitamente band indie rock. Ennesima dimostrazione che i tuoi lavori vanno oltre i confini dell’hip hop. Come ti poni in situazioni, anche live, che ti pongono davanti ad un pubblico che potrebbe essere diverso da quello che hai di solito? 


Per me è una sorta di confronto. Ed è molto importante, perché il rap è una nicchia che crea a sua volta altre nicchie, dove tutto diventa subito virale, diventano subito tutti famosi. E in più puoi fare tutto da solo. Se tu invece sei un cantante di musica leggera, e fai un disco, devi mandare provini, girare per locali, farti conoscere. Nel pop non è che scrivi un pezzo, la mattina dopo lo metti in rete e sei famoso. Per il rap invece spesso succede davvero così. E questa è sì una cosa molto bella, ma alla fine è anche un po’ troppo comodo. E siccome a me le cose troppo comode non piacciono, sono felice anche di confrontarmi con realtà diverse, conversare con artisti che vengono da altri contesti, così da imparare anche ad adattarmi al di fuori di quella nicchia che è il mondo del rap. 


Abbiamo parlato di musica al di fuori dei confini del rap. Ed infatti chiamarti cantautore non mi sembra così inappropriato. A proposito del tema. Sia in “Siccome Pioveva” (torneremo a parlare del pezzo più avanti) che nel tuo feat con Julia Lenti in “Parla con me” ci sono due riferimenti a Luigi Tenco. Le tue influenze sono così svariate da arrivare fino alla scuola dei cantautori? 

Certo, le mie influenze sono svariate ed arrivano fino a cantautori come Luigi Tenco, o Piero Ciampi. Di loro mi incuriosisce la loro parte malinconica, quella che poi li ha portati in un modo o nell’altro alla morte. Per chi vive con la musica, l’ argomento “morte” nella testa aleggia sempre, è inevitabile. Mi sento molto vicino a loro per questo tipo di approccio. Non penso di essere una persona depressa, non è che penso ad ammazzarmi tutti i giorni. Però la loro figura, il perché sono arrivati a una determinata conclusione, questo non è solo affascinante per me: trovo proprio un’empatia, perché so cosa vuol dire mettere il 100% di sé in quello che si scrive. Fa parte di me. E poi Piero Ciampi era hardcore. E questo aldilà del “Vaffanculo!” di Adius. Anche il salire sul palco ubriaco era una risposta ad una sofferenza. Adesso magari diciamo Che figo, è salito sul palco ubriaco! ma in realtà quello era il suo modo di rapportarsi con un disagio, di comunicarlo. Ed è un disagio che mi sento addosso anch’io. 
E comunque sei l’unico che ha capito la citazione di Tenco nel pezzo con Julia Lenti. È stata attribuita a me quella frase, ma era evidentemente troppo bella per averla scritto io. 

Fra le cose più interessanti che ti hanno visto coinvolto negli ultimi tempi, c’è senz’altro la collaborazione con DJ Pandaj per il brano “Vado giù”. Quando penso “chissà come sarà il prossimo disco di Ghemon?” ogni tanto fantastico e me lo immagino così. Ci sono andato molto lontano? 

In realtà il disco nuovo ti dico subito che non sarà così. Io ci sento un sacco di Casino Royale in quel pezzo. Io nel nuovo lavoro voglio esplorare tante forme diverse. E quella è sicuramente una bella forma, dove la musica dice moltissimo. L’unica cosa che ti posso dire adesso appunto è questa, che si esploreranno forme diverse da quelle che ho usato fino ad ora. 


Abbiamo accennato a “Siccome Pioveva” in precedenza. Ti dico, è stato l’unico caso in cui io e la mia webzine abbiamo fatto una recensione di un solo brano. Credo che siano fra i migliori esperimenti che ti siano riusciti. Innanzitutto com’è nata l’idea di confrontarsi con la musica di Einaudi, e poi se è stato divertissement una tantum, oppure c’è da aspettarsi in futuro qualcosa in questa direzione? 

Pensa che quel brano è nato in maniera del tutto inconsapevole, senza bisogno di chissà quale scrittura, quale impegno. Senza neanche dover andare in studio a registrarlo, per dire. Senza voler risultare troppo pesante, credo che comunque possa essere un modo abbastanza utile per avvicinare i più giovani a quello che è la poesia. È sì un una tantum, ma allo stesso modo è un esperimento sicuramente ripetibile. Certamente non mi propongo di fare spettacoli in rima baciata. È semplicemente una cosa del pacchetto Ghemon. Se sento l’esigenza, la faccio. Magari sarà sviluppata in altri modi: facendo ridere magari, oppure facendo riflettere. È una strada da percorrere, ma che si può percorrere in molti modi. 

Ci è già capitato in questi mesi di poter intervistare Hyst, Mecna, Kiave. Insomma, con te abbiamo quasi fatto l’en plein per quanto riguarda la Blue Nox. Il tuo nome è forse quello più in vista, ma quando vi muovete, sia fisicamente che sul web, non traspare certo un atteggiamento gerarchico all’interno della crew. A proposito, parlando di Blue Nox va bene parlare di crew? 

È così infatti. Poi è normale che magari, nel contesto live in cui suoniamo tutti assieme, il pubblico può essere venuto più per qualcuno rispetto che per un altro. Però nelle occasioni in cui suoniamo come Blue Nox, la gente dovrebbe venire per sentirci tutti insieme come collettivo, altrimenti andrebbe al concerto singolo di questo o quest’altro artista. Hai colto proprio nel segno: non c’è una realtà gerarchica, è una situazione che non ha neanche bisogno di essere dichiarata fra di noi. Poi è normale, e giusto, che ognuno con gli elementi che ha cerca di ritagliarsi la sua fetta, e che sia più grande possibile. Non c’è la competizione, alla fine noi ci vediamo di più come amici che come colleghi. Come con Mecna ad esempio: vuoi per la differenza di età, sono contento di averlo “pressato” con tutta una serie di ascolti, che lui era semplicemente pronto a ricevere. Semplicemente nessuno gliele aveva mai proposte. Senza mai ovviamente spingerlo verso il tipo di cose che faccio io. Anzi. E infatti è stato bravissimo a costruirsi un suo immaginario. Certamente non mi considero per lui un maestro. Al massimo, spero, un esempio. 


Dato che ha partecipato anche un tuo amico come Kiave, come vedi una situazione come quella di MTV Spit? La ritieni utile per far arrivare il rap anche a chi probabilmente fino a quel momento non ne sapeva nulla, oppure è un modo fuorviante di fare luce su uno stile di musica che poi in realtà va ben oltre? Magari la verità sta nel mezzo poi. 

Io ritengo una cosa come MTV Spit utilissima. Questo perché lì c’erano persone che sanno fare il rap egregiamente. Penso ovviamente a Kiave, a Clementino, Ensi, gente che senza dubbio era lì per i loro meriti. E in più altri ragazzi più giovani che comunque avevano il loro stile. Una come Loop Luna ad esempio di stile ne ha, di rime anche, ed è bravissima a scrivere testi. Poi magari ovviamente i più giovani non erano abituati a certi contesti, ma vedevi che meritavano di stare lì. E poi ho capito che MTV Spit è stata un’esperienza importante per il rap italiano perché ogni volta che sono uscito in giro me ne ha parlato chiunque, quindi è evidente che si deve fare i complimenti a chi avuto l’idea di fare questa cosa perché ha dato una mano a tutto il movimento. 

Finiamo con uno sguardo al futuro. Hai mai pensato di metterti alla prova, magari in modi diversi, lontano dal microfono? Magari producendo qualche giovane artista o perché no, scrivendo un libro. Insomma, qualcosa che sia più di Gianluca, e forse un po’ meno di Ghemon. 

Sono sincero, ho in effetti pensato a tutte queste cose che hai detto. Però mi sembrerebbe un po’ di percorrere una parabola discendente, un po’ come Boris: hai presente quando dicono Dopo la tv c’è il cinema, dopo il cinema la radio e poi la morte? Ecco, parafrasando, non vorrei che l’invecchiamento di un cantante dovrebbe necessariamente comportare il produrre qualcun altro. Questo non vuol dire che non mi interessino i talenti più giovani, anzi. Avverto che forse ho aperto qualche porta, ne sono consapevole. Soprattutto su certe cose, le quali prima che fossero fatte da me non erano così accettate. Rispetto a questi nuovi talenti però non ho neanche l’atteggiamento di chi pensa Questi giovani spaccano, Devo spaccare ancora di più. Per me è una cosa del tipo Questi giovani spaccano. Da paura. Non ho la paranoia che potranno diventare meglio di me, io come detto sono consapevole che gli ho aperto una porta, poi starà a loro dare il massimo. E questo mio atteggiamento non è rassegnazione, è accettazione verso una realtà che sta cambiando rispetto a qualche anno fa. Il massimo che posso fare adesso verso questi ragazzi è quello di potergli dare qualche consiglio, nel modo in cui avrei voluto che qualcuno avesse fatto con me quando ero agli inizi. Per quanto riguarda invece la questione se provare o no a scrivere un libro, o cimentarmi in qualcosa di simile: quando ci penso, mi viene sempre in mente una mia cara amica che è un’attrice di teatro. Ed essendo quella ad esempio una realtà che mi affascina molto, più volte gli ho chiesto quale potesse essere il corso migliore, il punto da cui cominciare. E lei mi ha sempre detto che il punto di partenza deve essere l’amore per la recitazione. Questo per dire che saprei benissimo che per scrivere un libro, per recitare, per fare qualsiasi cosa che non sia musica ci vorrebbe da parte mia un impegno immenso. Ed essendo uno cui non piace fare le cose tanto per fare, non mi butterei in niente senza essere sicuro di dedicarmici al 100%. Poi vedrà il futuro dove portarci.


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