02 luglio 2012

Club Dogo // "Noi siamo il club" (Universal, 2012)


di Mishel Qyrana

Parlando dei Club Dogo è subito bene identificare le proprie tendenze nei loro confronti. Le Sacre Scuole, a mio avviso, sono state la culla dei tre mc’s in assoluto più talentuosi della storia nazionale di questo genere. MI Fist e Penna Capitale sono due opere d’arte che hanno contribuito fortemente alla mia formazione umana e culturale. La deriva commerciale che hanno preso dopo Vile Denaro, un disco ottimo ma che soffriva di fretta, mi ha lasciato al massimo dispiaciuto. Ognuno fa le sue scelte ed è libero di farle, onestamente però. Non mi si venga a parlare di evoluzione musicale, perché io sono abbastanza poco stupido da riconoscere l’evoluzione musicale dalla standardizzazione. Dogocrazia poi è stato un disco ibrido, alternando tracce magnifiche ad altre meno riuscite e consegnando all’ascoltatore un senso di disomogeneità che non è eterogeneità, che invece dalle mie parti è sempre ben accetta. Che bello essere noi invece è stato un disco irritante. Aldilà dei suoni plasticosi, che per me costituiscono un problema fino a un certo punto, il problema del lavoro era come non riuscisse mai a raggiungere picchi lirici sensibili. “All’ultimo respiro” e “Fino alla fine” erano le tracce più belle del lavoro (a cui aggiungo personalmente “JCVD”, per il concept e perché io sono cresciuto coi suoi film), eppure nemmeno queste due erano memorabili se inserite nella discografia dei Dogo. Se a tutto questo aggiungiamo poi un paraculismo estremo e palese nel voler ficcare pezzi come “Anni zero” in cui si salva il ritornello, “Qualcuno pagherà” e “Notte prima degli esami” per fare quelli a cui importa qualcosa dei problemi attuali allora ecco che ci troviamo di fronte ad un lavoro appunto irritante.

Ho voluto iniziare il discorso alla lontana per sottolineare come allora questo Noi siamo il club sia arrivato in un clima non proprio fiducioso e abbia stupito, emozionato, a tratti commosso e finalmente ristabilito le gerarchie nel rap italiano. NSIC è uno dei dischi dell’anno. In qualche modo le mie sensazioni erano positive prima dell’uscita, vuoi per la tracklist che prometteva pezzi molto auto-coscienti come Dogocrazia ma con l’omogeneità di Che bello essere noi, vuoi per il successo che hanno avuto negli scorsi mesi altri colleghi che forse ha fatto capire ai Dogo come non possano vivere per sempre di rendita, o magari anche solo per i singoli: cazzoni, indubbiamente, ma di un livello tecnico più che buono, ed ecco che in qualche modo me lo sentivo. In questo disco i Dogo recuperano se stessi, iniziando dall’aspetto tecnico. Don Joe ritrova il suo profondo eclettismo e la sua identità melodica mentre gli altri due si riconciliano con la loro insuperabile dote di mischiare al meglio i tecnicismi con la comunicatività. Era da molti anni che in un disco dei Dogo non si sentivano tutti questi cambi di flow e una metrica così articolata e armonica. Articolata perché molto più elaborata e complessa che nelle ultime uscite, armonica perché mantiene sempre un finissimo gusto musicale. In questo disco, come d’altronde in Penna Capitale, i Dogo non fanno incastri, fanno Intarsi. In parallelo, e d’altronde come poteva essere altrimenti, riacquistano quelle peculiarità che ce li hanno fatti amare e si rivestono di una spiritualità ora palpitante e ora spigolosa e grezza che li aveva resi fratelli dei vizi e delle virtù di questo mondo. Perché vizi e virtù sono parenti, pare ci dicano i Dogo. Questo processo è chiaro già dalla prima traccia, che poi è un intro parlato di Lucarelli, in cui viene rimarcato un concetto espresso lungo tutta la loro discografia: i cattivi esempi umani, se da un lato ci hanno reso più malinconici e rassegnati, dall’altro ci hanno fatti più consapevoli. I cattivi esempi, perché alle volte più che voglia di seguire il buon esempio possono indurci ripugnanza nel seguire quello cattivo. Servono perché fanno anche sbagliare e i nostri sbagli sono preziosi, perché avvalorano la scelta di sacrificarci per ciò che amiamo. È più facile concedersi al sacrificio quando si è consapevoli dei propri errori. Nel corso delle tracce emerge finalmente l’humanitas che li ha resi così inimitabili. Si passa da momenti grintosi e incoraggianti come “Niente è impossibile” in cui si esaltano tutti gli aspetti dell’uomo e le sue potenzialità, anche quelle aggressive come ricorda Jake in chiusura di strofa ad altri più rilassati, malinconici, intimi ma con leggerezza come “Ciao ciao” e “PES”, quest’ultima col ritornello di un magnifico Giuliano Palma, in cui si recupera un’atmosfera domestica finora sconosciuta nella dimensione doghiana. Si prosegue attraverso “Sangue Blu” in cui J-Ax fornisce un’ottima prova a livello tecnico (era ora) e il suo approccio quasi punk nelle liriche esplicite, incazzate e che provocano incazzamento in certe macchiette. Fortunatamente, perché i Dogo sono questo: gente che entra nel Jet Set con l’impronta mentale da “Ragazzo della piazza”, in cui troviamo un Ensi in splendida forma che porta il suo contributo personale, aggiungendo quel tocco terrone DOC alla cafonaggine da marciapiede dei soliti due. Quella sana ignoranza, che porta genuinità, che fa accettare il patetismo e la ridicolaggine del fan tipo di “Tutto ciò che ho”, riconducendo i Dogo a quel ruolo da letterati vicini agli umili e umiliati, un po’ Pasolinianamente e vi prego di capire il paragone prima di gridare allo scandalo. Nel corso di tutte le canzoni Jake non sbaglia un colpo e Gué ritrova quei tòpoi che hanno reso le tappe della sua carriera stelle di una costellazione. Più Jake che Gué però in questo disco, anche se, come Cosimo ci ricorda in “Erba del Diavolo” campionata dai Datura, nonché la traccia più riuscita come dichiarazione di coscienza artistica, a fare sta roba è nostro padre. E non solo: i Dogo sono padri culturali di un’intera generazione.
È alla fine del disco però che arriva prova del nove, tipo la Champions League che completa il triplete. “Se non mi trovi” con il ritornello di un ottimo Emiliano Pepe, in cui, non sto a dirvi perché, dalle prime note a tutta la strofa di Gué a me vien da pensare a Dargen. Qui e nella traccia di chiusura “Se tu fossi me”, i Dogo giungono al vertice della loro poetica e di se stessi. Le due canzoni hanno un’atmosfera densissima, come se a respirarla troppo forte esplodessi dall’interno, e parlano di chi a furia di scendere nel profondo di sé rischia di annegare nelle proprie viscere, Tranello del Diavolo, parlano di chi non sa più mantenere legami umani perché impegnato a ricucire il cordone ombelicale con se stesso. La fama può essere anche la rivincita di chi ti voleva male, ironico. I cattivi pensieri possono ingorgare le vene, i globuli rossi possono scioperare, la droga può fare un colpo di stato nel tuo sistema nervoso centrale.

Si chiude così un disco che riassume tutto su ciò che i Dogo hanno rappresentato, musicalmente e spiritualmente. Un disco curato come non accadeva per un po’, in cui per una volta i ritornelli non creano fastidio, dagli indiscutibili Giuliano Palma ed Emiliano Pepe, passando per la bravura de Il Cile, al reggae di Zuli fino all’approccio festaiolo ma carico di charme dei PowerFrancers.
I Dogo per noi sono stati buoni e cattivi esempi, e ad un artista non si dovrebbe chiedere di più.


3 commenti:

  1. Alleluia, una rece dei Dogo fatta con il cervello, e non che grida solo al commerciale o meno di un disco. Grandi!

    Ste

    RispondiElimina
  2. ti ringrazio molto (: son dell'idea che si debba parlare di un disco, non dei personaggi né tantomeno delle situazioni di contorno.

    RispondiElimina
  3. Complimenti per la recensione...sono d' accordo con ciò che è stato scritto. Per me i D.O.G.O. sono i migliori nel mondo dell' HIP HOP/RAP e non hanno mai sbagliato una virgola, fin quando ho letto questo articolo che mi ha fatto riflettere e rendere conto che non tutte le loro canzoni sono oro che luccica! ;-) Simo

    RispondiElimina